giovedì 2 settembre 2010

Incontro con Andrea (storia di un fallimento urbano)



Non scorderò facilmente la storia di Andrea, infatti ricordo con lucidità il giorno in cui c’incontrammo. Avevo appena concluso i miei primi giorni di vagabondaggio, il tempo trascorreva ad intervalli regolari scanditi da telefonate all’estero ed individui che emergevano dalle basse paludi del mio sordido passato. Un pomeriggio assolato il compagno Giorgio mi chiamò intimandomi di mantenermi libero, perché questa volta occorreva il mio aiuto…
“Bello, oggi ci servi, Franco deve fare un trasloco…”
“Un trasloco”, risposi, “accidenti a te, ma devo studiare…”
“Non farmi ridere, sai bene che non ti servirà a nulla. Passo a prenderti alle due…”
“Va bene…” Risposi mentre riabbassavo la cornetta in stato di trance.
Giorgio fu puntuale come un orologio, e Franco parcheggiò il furgone dinanzi al portone del mio sgangherato condomino. Mi consegnarono una birra e m’indicarono il retro del furgone, perché c’erano alcuni mobili da mantenere “soprattutto nelle cazzo di curve”, come spiegò Giorgio con la sua cordialità sabauda. Ubbidì con la birra tra le mani, dunque aprì il portellone e mi trovai dinanzi all’emblematica figura di Andrea. Questo si presentò all'istante e mi ringraziò felice, perché il Comune aveva finalmente deciso d’assegnare le case popolari. Poteva così abbandonare il Circolo Amendola, una vecchia Sezione del Partito in cui aveva vissuto grazie al buon cuore di alcuni compagni.
“Accidenti, quella Sezione non era mica comoda, ma sempre meglio delle panchine di Piazza del Carmine…” Pronunciò questa frase col suo sorriso disarmante, come se vivere sulle panche di Piazza del Carmine fosse come dormire in una pensione dove non ti trovi del tutto a tuo agio.
L’aspetto del buon Andrea mi colpì immediatamente, come mi colpì il fatto che tra le ossute dita stringeva una sigaretta fradicia, che tuttavia continuava imperterrito a fumare. Inoltre per fisico, lineamenti del viso ed abbigliamento era straordinariamente simile a Totò, però notevolmente più brutto, e con uno sguardo drammatico che lasciava trasparire un abbattimento da cane bastonato. Il suo abbigliamento era il classico vestiario degli “ultimi”, una particolare divisa che nonostante le ovvie diversità sono simili per alcuni aspetti. Il giubbotto sporco, le scarpe con la punta all’insù per il troppo uso, il colletto della camicia sozzo e slabbrato, il maglione forato e strappato, erano tutti indici di una indiscutibile appartenenza alla classe, diventata oramai la mia famiglia adottiva…
Il tragitto per arrivare alla “casa” fu un devastante viaggio interstellare, infatti dovemmo utilizzare tutte le nostre risorse per avere ragione di quei pesanti mobili in cartone pressato. Ogni tanto il povero Andrea veniva barbaramente schiacciato da un tavolo, violentato da una poltrona, umiliato da una libreria, schiaffeggiato da una branda. Le curve a gomito erano la nostra crocefissione, le brusche frenate dei ferri arroventati infilzati nelle nostre carni, ed i gestacci che ci lanciava Giorgio aumentavano la nostra disperazione. Franco guidava come un ossesso, e non era affatto preoccupato delle nostre condizioni, del tutto simili a quelle di due giovani mozzi che, corazzati di buona volontà, devono far fronte ad una devastante tempesta tropicale. Di tanto in tanto Andrea allungava la sua mano scarna, ed io lo riprendevo da quell’ammasso di legna e cartone che intendeva ridurlo a misera poltiglia palpitante. Lui cercava di dirmi grazie, o almeno così pareva, poiché il suo linguaggio era inevitabilmente mozzato dalla paura, e dal timore di un nuovo scossone. Io davo calci e pugni alla lamiera anteriore, urlavo, sbraitavo, mostravo il pugno nello specchietto retrovisore, inscenavo inutili boccacce. Franco allora mi guardò attraverso lo specchietto coi suoi occhi di ghiaccio, sporse leggermente il braccio destro ed allungò il dito medio. Nel frattempo calcò con veemenza il pedale del freno, e quasi “inchiodando” ci ritrovammo inaspettatamente alla meta…
Quando scesi dal mezzo quasi non persi l’equilibrio, e mi dovetti appoggiare a Giorgio nel medesimo istante in cui lo maledivo. Andrea, invece, si lanciò dal furgone schiantandosi contro l’asfalto, e dovemmo sollevarlo quasi esanime. Era proprio un uccellino, pesava al massimo una cinquantina di chili, e quel nasone non faceva che accentuare la sua particolare fisionomia da volatile denutrito. Non appena fu in piedi ci osservò con occhi folli, Franco allora gli offrì una sigaretta, ma lui rispose orgogliosamente che “aveva le sue”. Che spavento, e che meraviglia… Aveva le “Quattro Nazioni” senza filtro, le stesse che un tempo fumava il mio povero zio trucidato da un terrificante tumore… Le sigarette di Andrea producevano un odore nauseabondo che sembrava provenire dalle più pericolose raffinerie del golfo cagliaritano, così dovetti allontanarmi e soltanto allora m’accorsi del quartiere in cui ci trovavamo… Non intendo essere eccessivamente tragico, ma quel pomeriggio sembravamo capitati in qualche altra regione della terra, forse dell’America Latina o dell’Africa più povera. Il vicinato era l’apprezzabile risultato delle scelte illogiche di alcune amministrazioni locali, che avevano deciso d’asserragliare parte della popolazione (ovviamente, quella più povera) in una sorta di ghetto, in cui imperavano sinistri palazzi popolari, in cui non c’era lo straccio di una farmacia, di un supermercato, di un accidenti d’asilo, in cui non c’era né una scuola e tantomeno un autobus, oppure una di quelle tragiche chiesette di periferia che mettono addosso un malumore nero…
Quando mi voltai, sulla mia destra vidi un’enorme piazza rettangolare di cemento armato, in cui alcuni ragazzotti si divertivano ad addestrare un possente pit bul grazie ad un pneumatico appeso ad un’altalena. L’animale saltava molleggiato e mordeva con forza il pneumatico mentre i ragazzotti, che indossavano inossidabili giubbotti “Dainese” ed occhiali avvolgenti, lo colpivano con alcune bastonate, commentando con entusiasmo i salti del povero animale oramai pazzo. La piazza era disseminata di rottami, cocci di bottiglia, sassi, schegge di vetro che scintillavano al sole, ed al tutto presiedevano alcuni ciclomotori totalmente carbonizzati, che facevano bella mostra di sé come delle stilizzate sculture futuristiche… Nel frattempo, dai palazzi circostanti proveniva un’originale colonna sonora. Una famiglia aveva deciso di cominciare una cruenta ribellione domestica, e dai rumori pareva che questa lotta fosse senza esclusione di colpi. La moglie sembrava avere la meglio sul marito, forse alcolizzato o disgregato da qualche altra sostanza autodistruttiva. Nonostante l’intero quartiere fosse intriso di quella rabbia casalinga, i ragazzotti che malmenavano il “pit” non ci badavano, del resto, per loro l’episodio rappresentava soltanto la routine quotidiana. Continuavano a ridere e scherzare tra loro come se nulla fosse e mentre li osservavo sbalordito, la mia attenzione fu catturata dall’impressionante spettacolo umano che germogliava sui balconi di quegli orribili edifici.
Presso un balcone completamente scrostato si muoveva con disinvoltura una ragazza che portava un asciugamano sulla testa, magrissima, pallida come un vampiro in crisi di risultati. Teneva una sigaretta tra le dita, ed innaffiava i fiori con una postura del tutto speciale: mano sui fianchi, sigaretta ora in bocca, pareva un uomo nell’atto di urinare. Per qualche secondo rimasi incantato ad osservarla, ma lei si voltò repentinamente e mentre il mio sguardo era proiettato verso altri orizzonti mi parve di vederla toccarsi i cosiddetti “gioielli”. Soltanto allora compresi la situazione, così i miei occhi riuscirono ad incappare in un ulteriore spettacolo affatto piacevole. Al piano inferiore una donna piuttosto grassa ed aveva appoggiato le sue spropositate gambe sul davanzale del balcone, e come se nulla fosse era intenta ad accorciarsi le unghie. Mentre osservavo quest’ulteriore rappresentazione della totale mancanza di femminilità, non potei fare a meno di notare le persone che entravano ed uscivano dal palazzo in cui si trovava l’appartamento d’Andrea: indifferenti transitavano degli autentici cadaveri ambulanti, trasportati da una forza catalizzatrice verso luoghi e persone certamente assurdi. Magrissimi, pelle emaciata, occhi affossati nelle orbite assenti, labbra protese in avanti o labbra che scomparivano, malattie veneree o viscerali che spadroneggiavano sui loro corpi come pericolose mannaie pronte ad infrangersi sui loro colli inconsistenti. Andatura stanca, mostravano nello stesso posizionamento del corpo un destino di morte certa, che presto o tardi li avrebbe afferrati senza scampo. Fui colpito in particolare da un elemento: questi cittadini (e la parola cittadini non è utilizzata a caso) non parevano avere alcuna età, i più giovani sembravano anziani, e gli anziani quasi giovani. Tuttavia era impossibile individuare con precisione la loro età, perché un trentenne poteva dimostrare sessant’anni, mentre un sessant’enne, in ragione di una capigliatura adolescenziale o di qualche orecchino sfavillante, poteva dimostrarne di meno. Insomma, si trattava di persone che non appartenevano più al tempo o alle stagioni.
“Lorè, muoviti”, disse Giorgio, “che così ce ne andiamo via da questo posto, dannazione!”
Mi posizionai presso il furgone, ed attesi che Franco mi passasse il primo mobile. Si trattava di un vecchio comodino stracolmo di polvere, che riuscì a trasportare con sforzo immane su per le scale. L’androne del palazzo pareva una fedele rappresentazione di un girone dantesco: i muri erano scrostati, la muffa aveva deciso di stabilire incontrastati feudi sulle pareti, un penetrante odore di urina ti sconvolgeva le narici gelandoti il sangue, e poi naturalmente cartacce, qualche preservativo, un assorbente insanguinato ed alcune siringhe che, in ogni caso, restano una costante. Mentre posavo il piede sul primo scalino una bambina si presentò dinanzi a me. Mi fermai per riprendermi dalla fatica e dallo stupore, e questa mi osservò con occhi malinconici. In una mano teneva una piccola busta di color blu contenente chissà quali cianfrusaglie, mentre nell’altra c’era un piccolo pupazzetto unto, del tutto simile a quelli che un tempo si “vincevano” nei mitici fustini del Dixan. La lasciai passare, e se non avessi avuto quell’ammasso di legna tra le mani le avrei di certo accarezzato i capelli, forse le avrei posto qualche domanda, magari avrei cercato un espediente per farla sorridere. Mi limitai a strascicare un “ciao” e lei rispose proprio con un sorriso, pronta ad acciuffare insetti in quel giardino ricco di rottami, poltiglia e lordume, coi suoi occhi verdolini e con le sue mani da fata scandinava…
Un piano, due piani, tre piani ed ecco finalmente Andrea, che m’attendeva nella posizione della caffettiera dinanzi alla porta, un portone enorme, blindato, spropositato e possente, la classica porta che t’aspetteresti alla fine del cielo. Questa, in realtà, non era un vera e propria porta, ma una sorta di scudo interstellare contro attacchi atomici, che forse soltanto a suon di tritolo ogliastrino era possibile varcare. Ripresi fiato dinanzi all’improbabile figura di Andrea, e mentre stavo inchinato indicai l’oggetto mastodontico.
“Andrè, e questa porta… Mamma mia, è gigantesca…”
“L’ha messa il Comune”, mi rispose soddisfatto, “l’appartamento è stato conquistato altre volte. Guarda qua, vedì? Hanno cercato di scassinarla con la pistola…” Col verbo “conquistato” intendeva dire che l’abitazione era già stata occupata. Non so perché usasse quel gergo militare, forse lui stesso era influenzato dalla prepotente presenza del portone. Dopo qualche secondo Andrea m’indicò tre profonde infossature non lontane dalla serratura, evidentemente causate da un’arma da fuoco. Guardai Andrea con preoccupazione, ma lui ricambiò i miei occhi spaventati con allegria. Aveva perso qualche dente, ma quel sorriso fu come un tramonto nella baia, ed io non potei fare a meno di provare un’irragionevole senso di pace e tranquillità, come se quelle ammaccature fossero un elemento comunemente accettato, come le urla che continuavano a provenire dall’appartamento accanto... Si, in effetti, era finalmente riuscito a trovare una sistemazione, e non potevo rovinargli il “suo” momento con le mie inquietudini ma, ripensandoci, avrei fatto bene a preoccuparmi ulteriormente.
In carcere, mentre attendevo il turno nella sala mensa, cercai d’ingannare l’attesa sfogliando il giornale. Dopo aver riso per le consuete buffonate dei politici locali passai alla cronaca nera, in cui riconobbi immediatamente la foto di Andrea, che giaceva su un marciapiede imbrattato di sangue. Il suo cranio era stato polverizzato da un revolver, ed il giornalista si chiedeva, ingenuamente, cosa potessero volere da un uomo che non aveva mai recato danno ad alcuno, e soprattutto non possedeva alcunché. Il cronista non era in possesso di alcuni elementi fondamentali, perché Andrea “un qualcosa” l’aveva. L’appartamento in cui viveva ora era libero, e per gli assassini questo contava più di tutto… La guerra tra poveri è la più cruenta, ad anche la più silenziosa…

Vincenzo M. D'Ascanio. Inedito 2009

Tony Cappai


Mentre cominciavamo a discutere d’impossibili argomenti, ci trovammo dinanzi al carcere di Buoncammino, il luogo tramutatosi da alcuni mesi nella mia dolcissima casa. Il penitenziario sorge su uno dei colli che dominano la città, da cui si può usufruire di un panorama eccellente, che col tempo avrei imparato a conoscere alla perfezione. Sulla sinistra c’è l’antico anfiteatro romano, nella cui pietra grigia crescono erba, fiori e siringhe. Dinanzi s’estende gran parte della mia bella città, dal porto per arrivare sino alla Laguna di Santa Gilla, in cui di tanto in tanto è riportato agli onori della cronaca il corpo di qualche “ultimo” caduto definitivamente in disgrazia. In lontananza si può scrutare la poderosa catena montuosa dei Sette Fratelli i cui contorni, nelle mattinate particolarmente limpide, assumono un’apparenza spettrale, a tinte sbiadite, da quadro di Monet.


Alla loro base sorgono le prepotenti raffinerie della Saras, le cui ciminiere sputano fuoco senza soluzione di continuità. Su in cima, nel colle assediato da alberi ed edifici storici, s’erge allora l’emblematica “galera”, che mostra le sembianze d’un grazioso palazzotto ottocentesco, con le sue forme tonde ed affinate. Pochi elementi provocano il dispiacere dei suoi “ospiti”: le celle sono di ridottissime dimensioni, manca l’aria per respirare, la promiscuità provoca dei curiosi fenomeni d’erotismo androgino. In questo carcere sopravvive irriducibile un elevato tasso di suicidi, traboccano i ladruncoli di quartiere, i malati di AIDS, i sieropositivi, i tossicodipendenti, gli immigrati d’ogni nazione e colore, malati psichici, virali, cutanei, esorbitanti fenomeni di devianza sociale. Insomma, in questo bel posticino noi ultimi della terra abbiamo scelto un ideale luogo di villeggiatura coatta! Al culmine della sfortuna, in ragione di volontari errori giudiziari e di maledizioni anonime, potrebbe capitarti che il tuo compagno di cella sia addirittura un politico caduto in disgrazia, e la tua pena allora è raddoppiata, triplicata, quadruplicata… Potenziata all’infinito!

Quando studiavo non potevo conoscere queste situazioni, ma durante una limpida mattina di Novembre ebbi l’occasione d’ascoltare un dialogo speciale, che accese una lampadina nell’intimo buio della mia mente ottenebrata. Sentii una voce che giungeva dalla grande roccia sulla destra del penitenziario. Dunque una donna, che teneva a fatica le stragonfie buste della spesa Conad, con una gonna spessa e nera, un fazzoletto annodato intorno alla testa, di color viola, del quasi lutto, o forse della disgrazia annunciata.
“Antò, Antò!”
Nessuno rispondeva al richiamo…
“Antò, Antoniccu, soi mamma, faidì biri fillu miu….” (Trad. Antonio, sono mamma, fatti vedere figlio mio…)
Il silenzio dominava. Poi una risposta dal nulla.
“Signora, e che cos’è, sa mamma de’ Tony Cappai?” La voce rauca giunse da una delle molteplici grate del braccio ovest. Pareva un suono proveniente da una voragine immensa, o direttamente dalla tazza del cesso.
“Eia, soi deu, mi du lammasa Antoni, po’ favori” (Trad. Si, sono io, me lo chiami Antonio per favore?)
“Unu pagu de pazienzia. Moi si du lamu…” (Trad. Un po’ di pazienza. Si, adesso lo chiamo.)

Per qualche minuto resse il silenzio, mentre io, Maria e Oreste attendevamo che il ragazzo decidesse di farsi vivo. Restammo immobili su quel cornicione per qualche minuto, eravamo come in bilico su un invisibile filo di nailon, attendendo spasmodicamente, ed irrazionalmente, il proseguimento della conversazione. Tante volte ero transitato accanto a quelle mura ma, come spesso accade, raramente avevo ragionato sul fatto che quella pazzesca scatola di cemento fosse un contenitore di storie, vicissitudini, rapporti. Pensare che una madre possa avere un figlio rinchiuso in un penitenziario può dare alla testa. Si, tutti siamo stati bambini, comprese le persone lese, ma ciò non impedisce ad un uomo d’immedesimarsi nel dolore di un altro uomo, o, almeno, così si dice in alcuni ambienti, poi fate voi!
“Oh mà, soi deu…”
“Fillu miu bellu, comment’istasa?” (Trad: Figlio mio bello, come stai?)
“Eh, o mamma, tutto bene, tutto bene… Portami un po’ di maglioni che di sera si sta “mettendo” freddo. E babbu, d’ esti passau su dolu e sckina? (Trad: Babbo come sta? Gli è passato il mal di schiena?)
“Si, già gli è passato s’iscuru, ti salutano tanto lui, Rosa e Zia Assunta. Ascurta pagu pagu, bellu de mamma…”
“E t’esti succediu?” Rispose il fantomatico “Tony”, forse ponendo entrambe le mani a mo’ d’imbuto dinanzi alla bocca sfregiata.
“No, o Antò, che già non è successo niente. Però ti devo dire che babbo deve vendere il terreno di Zio Amerigo, e ti voleva chiedere s’eri sempre dello stesso parere…”
“Certo che lo sono, già lo sapete che non cambio mai idea, io. Digli a babbo di venderlo, e di non pensarci più, e a Zio Amerigo comprategli una bella lapide, con una foto poco poco più bella, che quella che ha fa schifo…”
“Va bene o Antò, stammi bene, guarda che ripasso domani, ciao bello di mamma.”
“Ciao o mà, e saludamì a tottusu…”

Noi non perdemmo una sola frase del dialogo familiare. Forse fu soltanto una mia impressione, ma mi parve di notare gli occhi di Maria brillare un poco. Allora non potevo immaginare che, un giorno non molto lontano, avrei conosciuto personalmente il fantomatico Tony. In carcere s’incontrano dei grandiosi farabutti sconvolti da ogni sorta di devianza, talvolta senza moralità, persa nelle mille vicissitudini quotidiane, oppure apertamente nello stesso carcere. Tony, invece, non era affatto un mascalzone, ed era riuscito a conservare un certo grado di decoro personale, attività complessa in luoghi come questo, in cui vergogne e bestialità s’accavallano a ritmi costanti e frenetici…
Ricordo come se fosse ieri (era ieri?) il giorno in cui lo conobbi. Durante un tranquillo pomeriggio primaverile, in cui il vento portava con sé gradevoli fragranze figlie del mare, un turco assetato di vendetta aveva tentato d’accoltellarmi durante una partita di “luna monta”. Tony l’aveva immediatamente immobilizzato, e gli aveva assestato un calcione talmente energico che lo scaraventò a qualche metro di distanza.
“Vinto io, vinto io, ti faccio buco di culo!” Urlava il baffuto aprendo le braccia per simulare un enorme cerchio.
“Tornatene sul Bosforo, turco della malora!” Gli rispondevo mentre lo portavano via, ben protetto dalle ampie spalle del mio salvatore.
“Eh, calmo ragazzino, altrimenti t’accoltello io questa volta…”

Detto questa breve ma essenziale frase, Tony mi mostrò il suo sorriso sdentato da killer venezuelano, tendendomi nel frattempo la sua mano grandiosa. Si trattava di un “maurro” alto un metro e novanta, per cento chili di muscoli sapientemente distribuiti su un fisico eccezionale. Prima d’essere catturato dalla volontà punitiva dello Stato faceva il meccanico, una leggenda nel suo settore, poiché sapeva procurare qualsiasi pezzo d’ogni sacrosanta vettura. Era come i meccanici cubani, che riescono a riparare quelle assurde auto americane che puoi vedere soltanto su Happy Days, guidate da Fonzie, da Pozzi, o magari dalla maledetta sottiletta Jhonny. Comunque… Sulla sua reclusione circolavano versioni fantastiche, ma un giorno scoprì che era stato arrestato per una banale “aggressione a pubblico ufficiale”.
“Mi voleva sequestrare la macchina quel bastardo, ma gli è passata, eeeh! Se gli è passata…” Mi disse una volta.
“Mamma mia”, gli risposi, “a volte esagerano proprio. Una volta m’hanno sequestrato la Marbella perché non aveva la revisione. Accidenti, per poco mio padre non m’ammazzava… Tu che macchina avevi?”
“Una Porche”
“Come mai la volevano sequestrare?”
“L’avevo appena rubata… Mi servivano dei pezzi!”
“Azz…” Simulai, cercando di non mostrare il mio sconcerto.

Tony era un eroinomane dell’ultima generazione, nelle sue vene scorrevano fluidi ignoti e pericolosissimi, miscele assolute, droghe che soltanto selezionati professionisti erano capaci di preparare. La fedina penale era lunga come un rotolo di carta igienica, ma nonostante ciò si comportava come un autentico baronetto, diceva “grazie”, “prego”, difendeva sempre i più deboli non solo dalle ordinarie angherie degli altri carcerati, ma addirittura dalle brutalità dei secondini più perfidi. Insomma, era un Fidel del carcere ma non faceva distinzioni di classe e ripudiava ogni sorta di marxismo: pestava selvaggiamente tanto i poveri quanto i ricchi, i potenti come gli ultimi della terra. Tuttavia picchiava i potenti con un sorriso, e questo elemento era sufficiente per renderlo simpatico ai più. Tutti avrebbero confidato nel suo dominio incontrastato ma Tony, pur essendo un grande uomo nel senso primario del termine, era pur sempre un uomo…
Una mattina m’apprestavo a pulire il pavimento della nostra cella. La notte precedente Davide s’era dato da fare, aveva mangiato come un ossesso e vomitando tutto con rabbia, alzando le braccia verso la luna piena che s’intravedeva dalle grate della cella. Saranno state le tre del mattino, al massimo le quattro. Alcuni viscidi inservienti lo trascinarono in infermeria, se così la si può chiamare, poiché tra l’altro aveva vomitato anche sangue. Alcuni schizzi m’erano piombati sul viso, e mentre raschiavo la tazza del cesso, mi domandavo se il caro compagno di cella fosse o meno sieropositivo. M’aveva raccontato diversi episodi con le nigeriane di Viale Monastir, e per giunta era in perfetta sintonia con Ratzinger sulla questione del preservativo. D’accordo, gli indizi non erano rassicuranti, ma decisi di non pensarci. I problemi d’ogni giorno erano sufficienti, non potevo dare retta all’ipocondria… Nel frattempo alcune incrostazioni resistevano ostinate ma, inopportuno come Sandro Bondi, il secondino di turno cominciò a sbattere il manganello sulle inferriate della cella.

SDENG! SDENG! SDENG!

“Cazzone, Tony Cappai era tuo amico, non è vero?” Domandò col suo accento siciliano.
“Si, certo, cosa vuoi da lui?”
“Cosa voglio io? Il tuo caro amico sta regolando il conto col Grande Capo, eh eh. All’Inferno non gli daranno la riduzione di pena, lì gli avvocati non arrivano, bastardo!”
Lo guardai incredulo.
“Com’è successo… Quando?”
“Stanotte, una bella overdose… Minchia… Avrebbe steso un cavallo, ben gli sta! M’ha fatto sempre schifo quel Cappai!”.
“Maledetto”, gli dissi, “vai a farti un clistere, che ne hai bisogno…”
“Wè, wè, stai attendo a come parli… Non c’è più il tuo amico a difenderti, ricordatelo per tutto il tempo che starai qua dentro…” Detto questo il subdolo se ne andò a sbrigare qualche altro truculento affare.
Gettai lo spazzolone nel cesso, mi sedetti sul letto sprizzato di sangue e mi passai la mano sul viso. La mia mente schizzò a quel ricordo lontano, quando la madre lo chiamava e lui rispondeva dalle grate, occultato dalle mura. Tony, accidenti a te! Eppure era un esperto d’eroina, com’era potuto accadere… Una serie d’immagini inquietanti transitò nell’anfiteatro della mia coscienza. Pensai ai secondini, ai turchi, a quel dannato panettiere di Bonorva che voleva farlo a pezzi, a quel sunnita che aveva giurato, in nome dello stesso Maometto, d’ammazzarlo. No, non potevo saperlo, soltanto lui possedeva la chiave di volta, e l’aveva portata con lui nel Paradiso dei pazzi. Pensai così al carcere, alle lezioni di diritto penale, all’istituto della pena, al principio di rieducazione, alle teorie retribuzioniste, utilitaristiche, alla Costituzione… Poi pensai agli ultimi della terra rinchiusi nelle carceri, agli immigrati umiliati, ai transessuali, alle prostitute, ai ladruncoli di quartiere, e poi a tutti coloro che decidono di suicidarsi, a quelli che muoiono di AIDS o altre malattie virali, a quelli che vengono accoltellati, strozzati, violentati, quelli che nessuno va mai a trovare, quelli che attendono il giorno dopo con placida e stanca rassegnazione… Rinchiusi, segregati nel centro di Cagliari, nelle gattabuie, nascosti alla gente, alla morale che se ne frega delle anomalie che contano davvero… Poi pensai, e ripensai, e ripensai ancora, e poi, e poi… E poi giunse Davide.
“Cosa ci fai in mezzo a questo casino?” Mi chiese col viso di un biancore candido.
“Tony Cappai è morto di overdose, stanotte.”
“Ah, poveraccio! Era una brava persona… Vieni, dammi una mano.”
Davide, col camicie ancora lordo dalla sera precedente, afferrò il lenzuolo bianco che gli avevo appena sistemato sulla branda. Mi chiese d’aiutarlo per avvicinarsi alla grata, ed una volta arrivato fece un nodo al lenzuolo, per farlo scivolare tutt’intero all’esterno della cella. Trascinai la branda vicino al muro, dunque ci salii sopra. Gli altri carcerati avevano avuto la stessa idea di Davide, del resto, questa era una consuetudine radicata, la compassione vigila limpida anche tra noi disperati. Decine e decine di lenzuoli bianchi, che al sole ondeggiavano per un leggero vento di maestrale, salutavano la scarcerazione anticipata e definitiva del nostro “Tony” Cappai.
V.M. D'Ascanio. Inedito 2009

Manuelona il transessuale




Da quando ero arrivato non avevo ancora osservato con attenzione il luogo in cui mi trovavo. Si trattava di un modesto locale della Via S. G., dove prevalevano basse case dai tetti traballanti e con evidenti tracce di muffa sui muri. Era un quartiere malsano ma caratterizzato da un fascino sinistro: le abitazioni erano addossate le une sulle altre e le soglie davano verticalmente su una stretta strada a senso unico, in cui transitavano automezzi d'ogni genere ed alcuni “ultimi” che, ad ogni singolo passo, parevano dirigersi frettolosamente verso un risolutivo incontro con la morte.Il quartiere di S. G. era il regno dei graffitari cagliaritani, che durante la notte si muovevano asciutti per detronizzare il grigiore dominante sulle strutture in cemento armato. Visi distorti, carcerati sorridenti, occhi provvisti di eccezionali antenne, dichiarazioni d’amore ed accuse sociali, balene taroccate che pretendevano giustizia: questo scenario si proponeva nudo a chiunque avesse percorso quelle viuzze con un pizzico di curiosità. Tra le abitazioni s’aprivano improvvisi degli invisibili passaggi, che sgorgavano in piazze in cui navigati eroinomani s’esercitavano nel rituale dell’autodistruzione sistematica. Con l’arrivo della notte prendevano vita ambigui locali notturni, in cui galleggiavano personaggi variopinti dalla sessualità indefinita, ma che nel parlare e nell’agire rivelavano una sensibilità profonda, ultraterrena, non riscontrabile nell’accelerato mondo della luce...

Al tempo era popolarissimo/a un/una transessuale, noto/a a tutti col nome di Manuelona. Durante tutto l’arco della settimana questo/a era un/a dipendente della Provincia di Cagliari, e svolgeva l’impiego di protocollista con lo stesso entusiasmo di un Fabrizio Corona ad una conferenza sullo Stato di Diritto. Occhialini cadenti sul naso, capelli corti, occhi azzurri, classico golfino dolcemente poggiato sulle vigorose spalle, era la controfigura di un Raul Bova apatico leggermente spettinato. Alienato, aspettava la notte attraversando un’attesa che tendeva a tramutarsi in febbre. Bene, quando questa arrivava, si svestiva dei suoi abiti impiegatizi per indossare una provocante minigonna, delle sensuali calze a rete, ed un body che esaltava il seno realizzato in una specializzata clinica brasiliana (per nascondere le rotondità durante le ore al protocollo, mi parlò d’ingegnosi stratagemmi…)Manuelona ballava come un’ossessa sino alle due di notte, poi afferrava la borsetta rosa come il suo rossetto alla ciliegia, saliva sul super SUV 3000, dunque indugiava sotto il ponte della Scaffa.La potevi incontrare anche sotto il cavalcavia della 130.Era riconoscibile presso il largo canalone di Viale Colombo.Potevi scoprirla ad adescare alcuni giovani studenti presso il Credito Cooperativo.Potevi sorprenderla nell’intrattenimento di qualche vetusto assessore della Giunta Regionale.Il suo SUV 3000, osservato nella calde notti di Luglio, ricordava un mastodontico pene metallizzato.


Manuelona… Che tempi…


Ricordo con abbondanza di particolari la sera in cui la conobbi. Giacevo esanime su uno dei divani del locale M. Tanto per cambiare Valeria m’aveva umiliato, ed Agostino sentenziò che dovevamo ad ogni costo sbronzarci. Io cercavo in qualche maniera di vomitare, mentre il mio coinquilino molestava alcune cameriere che ridevano di lui e del suo volto orribilmente sfregiato. Mentre cercavo di districarmi da quell’imbarazzante situazione Manuelona mi si sedette accanto. Allora mi voltai, e dinanzi a me comparvero due mastodontiche tette MADE IN BRAZIL. I

nizialmente ebbi un sussulto, anche perché Manuelona aveva deciso di stringermi a sé.

“Ciao bello”, sussurrò con voce mascolina, “cosa ti va di fare?”

“Co - cosa?” Gli risposi balbettando, “mi va di… Mi va di vomitare…”

“Come vomitare?”

Concluso questo dialogo bizzarro Manuelona m’osservò meglio e cominciò a ridere, dunque chiamò una sua amica (o amico?) per raccontarle l’accaduto. Le due risero insieme come se si trovassero ad una commemorazione annuale d’alcolizzati cocainomani. Trascorsa quell’ondata d’entusiasmo sessuale, accavallò le lunghissime gambe e mi offrì una sigaretta.

“Mio Dio, ma tu sei un bambino… Quanti anni hai?”


“Cavolo, non sono un bambino, ho quasi diciannove anni!”

Mi chiese scusa con l’amabilità che lo caratterizzava in ogni occasione. Disse che avevo la faccia di un ragazzetto di quindici anni, ed in effetti non aveva torto. Oggi la barba ed alcune cicatrici rimediate in carcere hanno attenuato l’effetto, ma in quel periodo dimostravo meno anni di quelli che avevo in realtà. Dopo questi fraintendimenti Manuelona rimase accanto a me, poiché quella sera non intendeva darsi da fare. Agostino tentò in vario modo di corromperla ed infine trovarono l’accordo per l’indomani a prezzo di favore, nei pressi della laguna di S. Gilla. Tutto brioso Agostino ci propose d’andare al bancone per celebrare la “conquista”, allora Manuelona mi cinse la vita stringendomi ai suoi grandi fianchi materni/paterni. Fu là, dinanzi allo sguardo demente del mio coinquilino, che mi descrisse la sua esistenza. Mi parlò del lavoro da protocollista, che disprezzava con tutto il cuore. Mi raccontò di quanto era stato difficile accettare quel corpo ribelle, e soprattutto mi raccontò di quanto era stato complicato farlo accettare agli altri. La sua famiglia l’aveva esclusa, aveva tre sorelle che non le rivolgevano la parola, sua madre era quasi morta dal dispiacere, il padre le ricordò che una pallottola del fucile da caccia era riservata al suo cervello.“Situazioni del tutto spiacevoli, caro, ma non potevo imprigionarmi e negarmi per soddisfare i desideri altrui…”


Propose questa frase con orgoglio infinito, e ne aveva ben donde, accidenti a lui/lei. Tuttavia, la parte più interessante del discorso giunse quando mi parlò dei suoi clienti. Tutte persone perbene, per carità, avvocati, dentisti, politici, preti cattolici e pentecostali, buddisti, vigilantes, disoccupati, salariati e pagliacci del Circo.“Come preti?” Chiesi frastornato, “è una vita che vi spaccano le palle!”“Eh si, anche preti… Poverini, sono uomini pure loro, come tutti hanno i loro bisogni. Poi, è ovvio, quando vanno in Parrocchia ripetono i diktat del Vaticano. Lo devono fare per forza, me lo dicono piangendo… Uno di loro ha una strana abitudine, prima di ogni rapporto mi scongiura di confessarlo e dunque d’assolverlo, altrimenti non gli si drizza… Incredibile, non è vero?”Si, era incredibile, ma grazie a Valeria più nulla poteva sorprendermi. Decisi di fargli qualche domanda sui politici, magari ne aveva conosciuto qualcuno di famoso...“Oh, si”, mi disse con occhi sognanti, “un cliente abituale era il Sindaco di una grossa città della Sardegna. Mi disse che se fossi stata soltanto sua m’avrebbe nominato assessore alle attività produttive, ma i nostri uffici dovevano essere adiacenti…”

“E tu non hai accettato?”

“Certo che no, il mio corpo è in vendita, ma non la mia mente… Per Pluvio Tonante!”

“Ma, scusa, di che Partito era questo Sindaco?”

“Uno di quelli nuovi, grandi grandi… Pensa, era uno dei principali dirigenti… Io sono sempre stata fascista, non potevo umiliarmi così…”“Come fascista?” Esclamai afferrandola per il braccio, “ma se durante il fascismo le persone come te erano perseguitate, come puoi essere fascista?”

“Colpa di mio nonno, anche lui grandissimo fascista e feticista... Sin da piccolo m’ossessionò con le storie sul duce e sul fantastico ventennio. Quel dittatore era proprio un omaccione, aveva un sacco d’amanti, sarebbe stato il mio uomo ideale…”

“Tuo nonno… Fascista…Che cosa bella…” Disse Agostino in stato di trance.

“Già, è stato l’unico a starmi vicino dopo la mia scelta. La mia convinzione politica è una stramba connessione sentimentale col mio cuore… E poi, l’incoerenza è dei nostri tempi… Gli operai votano a destra, la Lega Nord prende voti in Sardegna… Per dire, non mi sento affatto fuori luogo!”

“Anche questo è vero” commentai grattandomi il capo.

“Mio Dio”, disse allora Agostino, “siamo dinanzi ad un protocollista transessuale, che assolve i preti, rifiuta gli assessorati, deve rifarsi le tette ed è fascista! Tu sei la donna della mia vita, ma quali sono i tuoi argomenti?”

“Domani li conoscerai uno ad uno…”

“Io ti amo…” Concluse Agostino mentre tracannava una vodka alla fragola accompagnata da un mix di curiosi antidepressivi.


Durante uno degli interminabili pomeriggi in carcere Davide mi porse l’Unione Sarda, aggiungendo un laconico “mi dispiace”. Inizialmente non capii, poi vidi la sua foto e la riconobbi. Del resto, era stata una delle poche persone che venivano a trovarmi con regolarità, e talvolta mi portava dei dolci che lei stessa faceva. Quei maledetti l’avevano pugnalata al cuore, l’organo che aveva dominato interamente la sua vita. Quattordici coltellate e del filo spinato legato intorno al collo; i responsabili non furono individuati, e nessuno si strappò i capelli per farlo.Si, Manuele, o Manuelona, gestiva una doppia, tripla, quadrupla vita, aveva un’esistenza che si riscaldava alla luce del sole, in cui tutti lo stimavano per la sua professionalità, ed un'altra in cui si travestiva, mascherava, truccava… O forse si travestiva, mascherava, truccava quando stava alla luce, e protocollava tutti quegli insulsi documenti amministrativi. Aveva escogitato il modo più adatto per occultare il seno brasiliano, ma non poteva nascondersi per tutta la vita o, almeno, sino a quando era in vita. La morte aveva rivelato l’altra esistenza, quella indossata durante la notte, quando l’oscurità la proteggeva dalla volgarità e dalle ipocrisie di questa civiltà, che tutti indistintamente odiamo... Quando il tempo sembra non passare, quando Valeria non risponde e nessuno mi vuole incontrare, monto sulla mia vespa e vagabondo sonnambulo per la città. E’ in quei pomeriggi che vado sotto il ponte della “Scaffa” e le dedico un pensiero, per Manuele, nell’eterno Manuelona, la persona più coerente che abbia mai incontrato.


V.M. D'Ascanio, inedit0 2009